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lunga Cronaca di una sera

Roma, Che Guevara: 3 ottobre 2020. Inaugurazione della BIBLIOTECA DELLE DONNE “GOLIARDA SAPIENZA”

Non credevo di avere, oltre all’anima della madre badessa, anche quella del vigile urbano, ma in quel 3 ottobre anno Covid 2020, per calibrare entrate, prenotazioni, chiacchiere pre-evento, soste fuori del locale, sedie da occupare, riti di discesa e di visita…. mi mancava solo il fischietto.

Il desiderio di contatto, i momenti di “saluto” così come i ritardi, tipicamente romani, dilatano il tempo scavallando l’ora fissata per l’inaugurazione come se fosse un appuntamento pretesto, interessante certo, ma vuoi mettere la chiacchiera, la risata sulla battuta, la piccola rivincita sulla paura del contagio, la sensazione diffusa che se stiamo tutte e tutti qui forse, e dico forse, siamo salvi/e?

Ai tempi del Covid l’euforia tradisce comunque il timore, e l’incertezza è un’ombra negli occhi, occhi che imparano ogni giorno di più l’arte dell’eloquenza. Mi avvicino? Quanto? Sarò abbastanza al sicuro?

Fatto sta che iniziamo in ritardo, e i tentativi della diretta FB contribuiscono non poco al rallentamento globale. Poi, finalmente, Luca, di Che Guevara, prende la parola e ringrazia la platea, spiega “dove siamo”, ricostruisce il senso di questa splendida cordata tra associazioni, sottolinea la “sua” personalissima Goliarda e le modalità di scelta dell’intitolazione:

«avevamo pensato prima di intitolare la biblioteca alla donna che salvò Che Guevara, Monika Ertl, per coerenza al luogo, ma poi venne la proposta… lei, Goliarda, e fummo tutti e tutte d’accordo».

Il microfono, minuscolo eppure ingombrante – almeno per me che ci vedo poco da vicino – passa a Giulia che snocciola il suo/nostro discorso di apertura: «… Goliarda, eretica, sì, ma soprattutto fedele a se stessa come persona e come donna oltre ogni cliché, ideologia e consuetudine». E continua: «Piccola grande impresa questa biblioteca, composta di libri usati, recuperati tramite il bookcrossing del progetto “Biblioteca a cielo aperto”, di altri titoli acquistati da Che Guevara (- e gli scaffali Billy di Ikea, vogliamo dirlo?) su liste ragionate insieme, noi Donne di carta, noi Collettivo Donne contro, e poi il Catalogo cartaceo, consultabile in sede ma anche su FB, e quello online attivo su www.bibliotecaacieloaperto.org… ».

Sì, siamo una squadra ma soprattutto un modo di guardare il mondo da tanti punti di vista. È questa la nostra complicità. La carta che vince.

Tocca a me: devo supplire alla mancanza fisica di Loredana Rotondo con parole prese in prestito che mai e poi mai riempiranno la sua mancanza. «Il docufilm Goliarda Sapienza, l’Arte di una vita – dico – è qualcosa di più di un omaggio, è il tassello prezioso di un mosaico con cui Loredana voleva, riuscendoci, far emergere dall’oblìo personaggi e personagge della nostra storia culturale attraverso l’invenzione di “Vuoti di memoria”, una rubrica della RAI (2002-2007) che restituiva a ognuno e a ognuna il posto dovuto in quella storia e nella nostra memoria. Venti ritratti, tra cui Goliarda, Amelia Rosselli, Carla Lonzi, Marisa Fabbri, Paola Levi Montalcini per citare quelli che io stessa ho visto e amato».

E la promessa lanciata da Loredana di venire una prossima volta si accompagna al patto di affrontare con lei anche la storia di quel collettivo di donne della Rai che non solo firmò Processo per stupro (1978), documento che ancora oggi non smette di urlare, ma anche il docufilm AAA Offresi (1981) che, censurato dalla RAI, costò a quelle donne e all’allora direttore di RAI 2, Massimo Fichera, un lungo processo con assoluzione piena più di dieci anni dopo.

Ed è qui che mi permetto, scavando nella memoria di allora, di raccontare i contenuti del filmato (frammenti che ancora resistono) che per fortune della vita sono tra le pochissime persone che hanno potuto vedere. AAA Offresi è la cronaca di una giornata-tipo di una prostituta: la sua casa-luogo di lavoro, i clienti, la miseria di una sessualità svenduta, banale anche nelle sue performance, triste per le parole dette, stupida nei gesti di potere esibito (la pistola del poliziotto nelle mutande), compromessa ogni dignità: quella di chi offre e quella di chi chiede, in un mercato che rivela, impietosa, l’assenza di una cultura dell’affettività. E, più grave, la mancanza dolosa di una politica culturale che sappia uscire dall’impasse ideologico per affrontare con serietà e onestà il discorso della libertà sessuale mascherata dalla parola “lavoro” o dall’immaginario salvifico del “così è da sempre, e così fan tutte”. Lo dico sapendo di alzare un vespaio, ma è una promessa che ho fatto a Loredana e sarà un appuntamento venturo.

Mi serve questa digressione, sicuramente lunga, per chiarire che la nostra Biblioteca non sarà mai un deposito statico di libri ma una fabbrica di discussioni, di divulgazione, di conoscenza. E che ogni incontro non sarà mai immaginato come una forma di distrazione serale, proprio come stasera:

«Signore e signori, entra in scena una delle figure più imponenti e sghembe del 900. Già sulle vostre sedie avete trovato una cartellina, girate il foglio, una bibliografia e una sitografia di testi e interventi anche filmici, utili e necessari per conoscerla».

Vediamo insieme allora “Goliarda Sapienza. L’Arte di una vita” di Loredana Rotondo, regia di Manuela Vigorita.

Il timbro narrativo del docufilm chiama a gran voce Beppe Costa, amico di Goliarda, l’uomo che pubblicò Le Certezze del dubbio con la sua casa editrice PellicanoLibri, mischiando tipograficamente – come ci racconta – tra le risate sue e di Goliarda, il testo di lei con quello di un altro autore dovendo praticamente buttare tutto e rifare daccapo.

Beppe è un fiume di aneddoti su Goliarda («chi l’ha detto che era una donna triste? addolorata certo, ma non triste, era l’allegria in persona, amava ridere Goliarda…») e di ricostruzioni storiche di un’epoca, gli anni 70-80, dominati da una casta intellettuale che li vedeva complici nel restarne orgogliosamente fuori, isolani dentro, catanesi eretici per destino.

È la Goliarda dei taccuini, dei tavolini del bar quella che Beppe ci restituisce; è la Goliarda ossessionata dalla scrittura che – e lo diciamo insieme – non avrebbe amato questa esplosione editoriale convulsa dei suoi testi, che fa di ogni suo scritto un libro oltre le intenzioni dell’atto creativo originario.

Ed è su questa necessità di ordine nel caos, di rigore del prodotto editoriale che introduco gli interventi-dono di Alessandra Trevisan e Anna Toscano, l’una su Lettera aperta e l’altra sulla raccolta poetica Ancestrale. Ma qui, le difficoltà tecniche che già hanno fatto fallire la diretta FB ( e noi, ignari, continuiamo imperterriti a passarci il microfono) esplodono: il filmato donato si blocca, e non c’è verso di mandarlo avanti. Tocca a me, nuovamente, sostituire con le parole un’assenza che almeno qui posso evitare di ripetere permettendo a tutti e a tutte di godere gli interventi di queste due appassionate studiose.

Non potevo certo io ricostruire la ricchezza del loro percorso di indagini approfondite negli archivi, la cura con cui, come da una finestra aperta, si sporgono entrambe sull’opera di Goliarda, respirandone il vento con attenzione filologica e passione di lettura.

Ma nella serata la voce, bellissima, di Anna, che qui nel video avete ascoltato, manca e, impunemente, io leggo da Ancestrale la poesia “Alla madre”, e so che è un pugno. Ma la scelgo, tra le tante, per evidenziare che l’atto poetico di Goliarda nasce proprio da un lutto, che fu insieme doloroso e catartico, intimo e pubblico, come sempre Lei, ostinata a scrivere di sé, quell’Autobiografia delle contraddizioni che non è la cornice delle sue opere ma la denuncia di un’ambivalenza emotiva e artistica che squassa la sua vita vera e con altrettanta limpidezza feroce attraversa la sua scrittura. Fuori dai canoni, anche quando poeta.

E arriviamo a L’Arte della Gioia. A testa bassa, cercando la concentrazione del silenzio che precede ogni lettura dal vivo, io e Nicoletta mettiamo in scena due leggii e alternandoci con Giulia leggiamo a voce alta le risposte degli editori alla lettera con cui Goliarda invia il suo manoscritto cercando, invano, una pubblicazione. Una collana di rifiuti, più o meno articolati («troppo lungo, ottocentesco, scabroso») fino ad arrivare all’articolo appassionato di Adele Cambria.

Ma è tempo di accogliere Modesta. Prendo il libro tra le mani (l’edizione del 2000 di Stampa Alternativa), indico sullo schermo che ho alle spalle – e che snocciola immagini di vita di Goliarda e delle copertine editoriali – l’edizione prima con cui, copertina rossa, Stampa Alternativa, con un fiuto straordinario, pubblicò la prima edizione, e questuo senza pudore il suo acquisto per la Biblioteca («c’è su ebay, lo so!»).

Poi guardo chi ci ascolterà: occhi, nessuna bocca, la mia voce appannata dalla maschera trasparente. Usa il diaframma, mi dico. Non alzare il volume della voce, usa solo il diaframma e guarda la persona più lontana nella sala, perché è lì che deve cadere la voce. Sii fedele ad ogni parola, sono le sue. Dirle a memoria è gratitudine.

Ed eccovi me…”, l’incipit grandioso di questo libro-epopea.

Sulla frase che chiude il primo capitolo: “Lo devo cercare e chiedergli di queste carezze e anche di questo mare devo chiedere. Ci sarà ancora?” passo il testimone di fiato e memoria a Nicoletta.

È un momento di tregua, un reciproco conforto, veloce, e lei, voltandosi verso il pubblico, dice… il dialogo tra Modesta e Joyce, quel legame che Joyce maldestramente definisce “rapporti intimi” esprimendo tutto il disagio di vivere l’amore per una donna per la prima volta.

È finita. Due compagne del Collettivo Donne contro ci raggiungono e svelano con noi il quadro che Antonella Fortunati, socia di Donne di carta, ha voluto donarci. L’applauso è un abbraccio.